Il copyright nell’era dell’intelligenza artificiale

di Francesco D’Isa

Donna robot nel film METROPOLIS di Friz Lang (1927)
Donna robot nel film METROPOLIS di Friz Lang (1927)

La nascita e diffusione di reti neurali che permettono la creazione di immagini da comandi testuali ha gettato scompiglio nella comunità creativa. Molti artisti e artiste, soprattutto nell’ambito dell’illustrazione e del fumetto, hanno mosso sin da subito critiche e denunce, ma il parere non è unanime e altri artisti hanno cominciato a utilizzare questi strumenti con entusiasmo. Ben presto il clima del dibattito si è fatto tossico, tanto che si sono verificate anche minacce, boicottaggi e insulti. Il fumettista Daniele Marotta ad esempio, primo in Italia ad aver pubblicato su carta un fumetto realizzato con queste tecnologie, è stato vittima e testimone di episodi molto sgradevoli. Anch’io, che ho utilizzato questo mezzo per un libro illustrato (Sunyata, Eris edizioni), mi sono preso la mia dose di insulti e minacce ancor prima dell’uscita del libro, tutto per aver osato infrangere quello che alcuni vedono come un tabù – pur essendo l’uso di immagini artificiali già di largo utilizzo commerciale. Onestà intellettuale vuole che ammetta un osservatorio parziale: per quanto non abbia notizie di shitstorm, minacce e boicottaggi da parte di artisti che usano le AI nei confronti di chi le rifiuta, non mi stupirei affatto dell’esistenza di casi analoghi, anzi. Tutto procede come nella più classica guerra tra poveri.

Di recente però sia l’odio che l’entusiasmo sembra essersi stemperato, un po’ perché l’evoluzione di questi strumenti non sta mantenendo gli iperbolici risultati promessi da chi li produce – dovevano sterminare l’umanità e pare riescano solo a fare immagini e testi, neanche alla perfezione – e un po’ perché l’utilizzo si sta via via normalizzando. In questo clima un po’ meno teso è nata una lettera aperta di artisti che usano l’IA generativa per richiedere un posto al tavolo dal Congresso degli Stati Uniti per partecipare al dibattito sulla loro regolamentazione. Si tratta di un breve testo promosso e nato nel contesto delle Creative Commons, un’organizzazione no profit internazionale che offre strumenti legali gratuiti per consentire agli autori di condividere le loro opere al pubblico senza aderire al classico copyright. La lettera, indirizzata al Sen. Schumer e ai Membri del Congresso degli Stati Uniti, inizia così: «26 anni fa, in questo mese, la celebre musicista elettronica Björk ha pubblicato il suo terzo album, dicendo: ‘Trovo assurdo quando la gente mi dice che la musica elettronica non ha un’anima. Non puoi incolpare il computer. Se nella musica non c’è anima, è perché nessuno ce l’ha messa’».  Tra le critiche più ingenue ai lavori generati con Ai ricorre questa fantomatica ‘assenza d’anima’, un cliché che si rivolge spesso nei confronti dell’arte digitale. La citazione parla chiaro e introduce l’opinione dei firmatari: «Sfortunatamente, il variegato e pionieristico lavoro di alcuni artisti viene rappresentato in modo errato. Alcuni dicono che tutto quel che fanno è digitare comandi o di riproporre opere esistenti. Altri deridono i nostri metodi e la nostra arte perché fondati sul “furto” e “l’appropriazione di dati”. Sebbene l’IA generativa possa essere utilizzata per replicare e plagiare opere esistenti, tali usi non ci interessano. La nostra arte è radicata nell’ingegno e nella creazione innovativa. È noto che gli artisti non solo si basano sulle idee, i canoni e le scoperte precedenti, ma anche sulla cultura in cui operano le loro creazioni. Sfortunatamente, molti artisti hanno paura delle reazioni ostili se anche solo toccano questi nuovi importanti strumenti».
Qui la risposta ai colleghi e le colleghe più critiche è evidente e, per quel che mi riguarda, condivisibile. Usare questi strumenti non significa plagiare, sebbene ci si possa fare anche quello – come con qualsiasi altro mezzo. Le IA possono essere utilizzate in modo creativo per fare arte, la posizione è chiara. Sebbene questa posizione tracci una netta divergenza coi detrattori però, c’è un passo della lettera in cui i punti di vista convergono, quando si parla di preoccupazioni lavorative. A differenza dei critici però, gli artisti che usano AI non associano il problema alla tecnologia quanto al suo utilizzo: «Troppo spesso grandi aziende e altri poteri forti utilizzano la tecnologia in modi che sfruttano il lavoro degli artisti e minano la nostra capacità di guadagnarci da vivere. Se volete garantire che della rivoluzione dell’IA generativa benefici l’umanità nel suo complesso, sarebbe un grave errore escludere dal dibattito coloro che ci stanno lavorando, testando le sue potenzialità e i suoi limiti».
Le IA generative possono essere usate per sfruttare gli artisti, motivo per cui le regolamentazioni devono tenere di conto anche chi le utilizza. Non c’è un’indicazione propositiva nella lettera, solo la volontà di accedere al dibattito, una richiesta che mi sembra più che legittima da parte di chi con queste tecnologie ci lavora – e infatti ho deciso di firmarla, per quel che vale. Certo, nel testo ci sono anche delle ingenuità, come quando si legge che «proprio come le precedenti innovazioni, questi strumenti abbassano le barriere nella creazione artistica – una carriera che è stata tradizionalmente limitata a chi possiede mezzi finanziari considerevoli, corpi abili e le giuste connessioni sociali». La questione non è così semplice e anche se l’artista solo, povero, pazzo e maledetto è una specie di parentesi ottocentesca, la posizione socio-economica degli artisti ha subito variazioni nello spazio e nel tempo; senza contare le problematiche insite nella stessa definizione di “artista”, visto che è un ruolo relativamente recente che per secoli ha coinciso con artigiano.
È plausibile immaginare che chi fa arte di rado provenga da fasce di estrema povertà, come anche solo da classi agiate. Secondo uno studio di Gallup del 2012 il reddito medio di una persona nel mondo è di $9,733, ovviamente con enormi divergenze tra nazionalità. Dove situiamo gli artisti?
Uno studio del professor Karol Jan Borowiecki afferma che un reddito familiare elevato aumenta significativamente la probabilità di diventare un artista. Grazie all’analisi dei dati del censimento degli Stati Uniti dal 1850 al 2010, Borowiecki ha scoperto che ogni aumento di $10,000 nel reddito familiare totale aumenta del 2% la probabilità di intraprendere una professione creativa. La ricerca ha evidenziato come nel campo creativo la diversità di genere, etnica e sociale sia aumentata lentamente, ma il reddito familiare rimane un fattore chiave per l’ingresso e il sostegno in una professione artistica. Un altro studio ha invece esaminato le carriere di mezzo milione di artisti tra il 1980 e il 2016, scoprendo che il sostegno iniziale da parte di istituzioni artistiche prestigiose è il miglior predittore del successo a lungo termine. I risultati mostrano che iniziare in musei e gallerie prestigiose porta quasi sempre al successo a lungo termine, ma è molto più difficile per gli artisti che iniziano in istituzioni meno conosciute – un robusto segnale dell’importanza dei giusti contatti sociali.

La frase nella lettera resta comunque vaga e imprecisa, ma se questo dettaglio può far storcere il naso ad alcuni, ben peggiore è l’idea – questa sì, completamente errata – che le IA mutino questa dinamica, dato che si tratta comunque di strumenti accessibili solo a chi ha “mezzi finanziari considerevoli”, se per “considerevoli” non si intende milionari ma la fascia sopra la media di cui parlavamo prima. Lo stesso vale per le connessioni sociali, che di certo non cambiano con le AI; resta valido il discorso sui corpi abili, sebbene la separazione tra arte e artigianato avvenuta da più di un secolo abbia in parte eroso anche questo limite. Che le macchine generative possano democratizzare l’arte lo trovo utopico, anzi, se questi strumenti diventeranno ancora più elitari l’effetto sarà l’opposto – un risultato che paradossalmente si potrebbe verificare proprio per via di una stretta sul copyright.
Chi ha qualcosa da guadagnare, come grandi proprietari di copyright e autori famosi, cerca già di ottenere qualcosa, a testimonianza del fatto che la battaglia per dataset liberi o proprietari è tutta economica. Se vince la stretta sul copyright, alcune persone ricche guadagneranno più soldi mentre per gli altri pioveranno spiccioli sul modello di Spotify (come già succede con le Ai generative di Adobe e Shutterstock). Se vince l’apertura, queste tecnologie saranno molto meno elitarie e più varie – ma in genere vince chi ha più soldi.

Il reddito degli artisti però non è il centro della lettera, che testimonia piuttosto il desiderio di parte della comunità creativa di rivendicare il valore del proprio lavoro – anche con le IA – e di far sentire la propria voce nel dibattito politico attorno alle nuove tecnologie. La questione verte per lo più attorno al diritto d’autore, perché l’appello proviene da un’organizzazione che da anni propone alternative alle attuali legislazioni in merito, che molti criticano perché limitano la creatività e l’innovazione, non garantiscono una giusta remunerazione per gli autori ma vanno solo a vantaggio delle grandi aziende, restringono l’accesso alle opere culturali, non tengono conto della natura collaborativa e collettiva della produzione culturale, sono inadeguate alle tecnologie digitali, limitano la ricerca e ostacolano i cambiamenti sociali.

Questa lettera si situa in un contesto in cui la voce di chi usa le reti generative – pur individuandone le criticità – è spesso coperta da quella di chi le produce o le critica. Eppure ascoltare anche questa parte potrebbe aiutarci a evitare quello che considero il più grande fraintendimento in merito di AI e creatività, ovvero che questi strumenti saranno causa di un abbassamento della qualità dei nostri prodotti culturali, mentre è palese che il basso livello medio dei prodotti generati sia piuttosto lo specchio di quante schifezze producevamo anche senza di loro. Il lavoro creativo viveva ben prima della diffusione di queste tecnologie di appalti sottopagati, commissioni avvilenti e prodotti che non avevano alcun merito artistico, al massimo artigianale. Abbiamo riempito il mondo di immagini mediocri e non possiamo lamentarci se delle macchine probabilistiche le sappiano riprodurre alla perfezione e senza sforzo. Diamo la colpa a loro perché sembrano bersagli più accessibili del sistema sociale in cui siamo immersi o perché non tolleriamo lo specchio a cui ci sottopongono, ma gli strumenti sono molto versatili e non ha senso mettere in discussione la possibilità di un loro uso per produrre arte – che come ci ha insegnato Manzoni si può fare persino con le proprie feci. Credo anzi che sia un bene che questi strumenti abbiano reso triviale la produzione di immagini di scarso o nullo valore artistico, perché questo eroderà ancora di più l’illusione che la perizia artigianale sia sinonimo di capacità artistica, un boccone che evidentemente non abbiamo ancora ingoiato dal Novecento. Il più grande pericolo purtroppo è forse il più sottovalutato: creare una tecnologia che pochissimi possiedono e solo alcuni privilegiati utilizzano.

 

Francesco D’Isa

Francesco D’Isa  di formazione filosofo e artista digitale, ha esposto internazionalmente in gallerie e centri d’arte contemporanea. Dopo l’esordio con la graphic novel I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato saggi e romanzi per Hoepli, effequ, Tunué e Newton Compton. Il suo ultimo romanzo è La Stanza di Therese (Tunué, 2017), mentre per Edizioni Tlon è uscito il suo saggio filosofico L’assurda evidenza (2022). Di recente pubblicazione la graphic novel Sunyata per Eris edizioni (2023). Direttore editoriale della rivista culturale L’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste, italiane ed estere.